Contamì unu contu: “In regnum celorum”

Questa settimana pubblichiamo integralmente il racconto “In regnum celorum” scritto da Luisa Besalduch con il quale ha vinto il primo premio della Rassegna “Raccontiamo le Donne”, promossa dall’Associazione Donne al Traguardo nel 2006.

Buona lettura e … a Luisa “ad maiora”!

In regnum celorum

(L’uomo ubriaco non entra nel Regno dei Cieli)

Ricordando mia nonna Lillina.

Aforas de Regnu

” Torra! Luisella, torra! Ca de candu ses partia a foras de Regnu, no dormu e no asseliu”. Questo era il testo delle cartoline illustrate, con veduta Sinnai, piazza Chiesa, che nonna Lillina (nonna materna) mi spediva a Londra dove ho vissuto per lunghi anni per motivi di lavoro e studio. Era troppo dispiaciuta per me, quel foras de Regnu per lei che era andata in tutta la sua vita solo a Santa Maria de Uta, a S. Arega e a tundi, cioè alla festa della tosatura, quella città lontana doveva essere luogo di mille pericoli nonché di perdizione. Puntualmente nelle sue preghiere mi raccomandava a San Luigi Gonzaga, mio santo protettore, nonché santo della purezza.

E’ difficile tracciare il suo profilo, tanti sono i ricordi bellissimi che mi hanno legata a lei per sempre, lasciandomi in eredità così tanto quanto ne basterà anche per mia figlia e per i figli di lei. E così, ogni tanto, nelle future generazioni, nascerà a sorpresa una bellissima bambina bruna e riccia con gli occhi azzurri, piccola di statura, pelle bianchissima e perfetta nei lineamenti, magari con la vocazione di farsi suora. Già perché lei si era sposata con nonno Cicito, ma forse coltivava fin da bambina il sogno di essere la sposa di Cristo; non ho mai conosciuto una persona più religiosa di lei, a volte avevo persino il sospetto che pregasse con due rosari per dire più Ave Maria. Tutte le sue lunghissime preghiere, nelle quali se non fingevo di dormire mi coinvolgeva fin dalle prima luci dell’alba, terminavano così: “Gesù Santissimo, ti prego, tu che ascolti la mia voce innocente, dammi un fratellino sacerdote o una sorellina suora”.

Queste invocazioni che quando mi sorprendeva sveglia mi faceva ripetere di fronte al quadro di San Giovanni Bosco, hanno avuto ascolto, infatti tra i suoi nipoti figurano un giovane prete missionario e due giovani suore, una missionaria e l’altra suora di clausura. Ogni suo gesto, ogni sua espressione ed emozione erano inframmezzate da preghiere, litanie, citazioni di passi del Vangelo e della Bibbia, giaculatorie, quando sentiva pericolo, recitava senza sosta anche durante le faccende domestiche “Oremus est prus Deus chi no Nemus”.

Da anziana viveva in casa nostra e noi sorelle adolescenti, allegre e piene di vita, eravamo la sua disperazione. Si preoccupava moltissimo e per ogni nostra azione quotidiana aveva l’invocazione giusta.

Spericolate, all’alba ci arrampicavamo ancora in camicia da notte sull’albero delle nespole, abbastanza alto e con i rami assai fragili, e lei da sotto a braccia levate gridava “Virgo Prudens! Ausilium Cristianorum!“. “Dai nonna sali anche tu!”, le gridavamo divertire da sopra l’albero. Lei fuggiva via disperata nella sua stanza e inginocchiatasi prendeva a recitare is Paraulas Bonas di Santu Martinu affinchè scampassimo al pericolo. Finita la colazione a base di nespole bisognava fare in fretta una specie di doccia comune prima di andare a scuola.

Santa Barbara! Santu Cosimu Aggitorius!

Lei uscendo dalla sua stanza per assicurarsi che fossimo scampate al pericolo dell’albero seguiva le nostre voci fino in bagno e…apriti cielo!

Tutte e tre dentro l’enorme vasca da bagno in marmo (in casa nostra da secoli, sicuramente di qualche antenato) ca po dda preni nci boliant quattru caddaxius de acqua calenti. Noi sorelle ci lavavamo sempre insieme facendoci una specie di doccia cun s’arruxiadori e tenevamo la porta aperta affinché il vapore non appannasse lo specchio. Lei sentendo le voci entrava con le bracca levate al cielo esclamando: “Mater castissima! Virgo Purissima!”

Tutta quella nudità innocente la turbava, la purezza e la castità imponevano che bisognava lavarsi almeno con una camicia da notte!

Povera nonna, ogni tanto il bagno doveva farselo anche lei e allora guai a toglierle la camicia, tutte e tre le sorelle a lavare nonna Lillina, che spasso!

Santa Barbara! Santu Cosimu! Aggitorius! escalmava, seguiti da un ultimo “Mater Castissima” ad ogni strigiulata più energica nei luoghi della “purezza”. Aveva più di ottant’anni ed un corpo bianco latteo perfettamente conservato. Altra vita, altri modi di alimentarsi, nonostante la sua esistenza fosse stata turbata da ben due guerre con altrettante carestie che non l’avevano scalfita. Le era rimasto si, quel povero marito sempre malato a causa di gas asfissianti che aveva respirato durante la prima guerra mondiale, quell’adorabile nonno Cicito che purtroppo ho conosciuto appena. A nonna Lillina, benestante di buona famiglia non era mai mancato niente, gli abiti le venivano confezionati su misura nelle migliori sartorie cagliaritane e così pure le scarpe, le polacchine alte, tutte stringate o con i bottoncini, arrivavano dal Continente o venivano confezionate a mano secondo la moda del tempo. Sempre elegantissima e ben vestita lei e le sue sorelle, indossavano persino a casa vestitini eleganti proteggendoli con graziosissimi grembiuli a volants. Il padre Stefano Ligas così voleva per le sue tre figlie, orgoglio della sua famiglia e di tutti i parenti: Lillina e le sue sorelle Enrichetta e Luigina, furono educate ad essere grandus meris de domu  e a tale scopo lo stesso padre le accompagnava dalle ricche cugine Mameli di Quartucciu, bravissime in tutto: nel ricamo, nel cucito, nelle faccende di casa in genere e soprattutto nelle raffinatissime decorazioni di dolci e pani pintau.  Aveva studiato alle scuole elementari sino alla quinta classe dove primeggiava per prontezza e intelligenza. Oltre alla religione ed alla passione per tutti i salmi aveva anche quella per il salamì, si, proprio quello che si mangia! Bravissima in cucina riusciva a fare un capolavoro gastronomico persino con le foglie di cavolo. Nonno Cicitto la guardava stupefatto e diceva: “Custa femina arrenescit a fai de una cosa de nudda unu grandu prangiu”.  Memorabile rimase il suo caboniscu cun binu nieddu, parente del più raffinato coq au vin francese. Durante una rissa in sa corti de is puddas rimase stecchito, ucciso a beccate, il vecchio gallo Arrullau da parte di un giovane galletto. Arrullau cosse per ben sei ore (altrettanti quanti erano i suoi anni), tottu arrubiau a pagu a pagu, annegato nel vino e nelle spezie. La ricetta era tratta dalla 1^ edizione del famoso libro di cucina Artusi. Le ricette che lei seguiva erano tratte anche da altri libri, tutte pensate per tavole alte con molti commensali della serie: “vitello ripieno”, esecuzione: “ prendasi un vitello già nettato dalle interiora e della pelle”; il vitello veniva farcito con un grosso agnellone che a sua volta aveva dentro un tacchino il quale veniva farcito da un gallo che al suo interno aveva una pernice ospitante al suo interno un tordo avvolto nel lardo!

Cocciulaaa…cocciula frisca!

Adorava cucinare e persino da vecchia non voleva che nessuno le cucinasse i pasti. Mamma, che non la voleva tra i fornelli,  le fece costruire una cucinetta tutta per lei; fossero stati dus giarrettus se li cucinava a modo suo ed erano buonissimi. Insomma cucinava con amore e con passione, ci metteva l’anima e tutto veniva benissimo. Mi ricordo sempre l’omino che passava in bicicletta con i cestini appesi pieni di arselle gridando: “cocciulaaa cocciula frisca”. Lei allora esclamava forte affinché babbo la sentisse: coru miu cocciula! Giovanni bai, fai sa caridadi compramindi tres unzas! e che minestrina cun freguledda perdusemini e allu! Me la faceva assaggiare sempre. Di tutto quello che faceva mi conservava sempre la parte. Nonna Lillina mi amava molto, perché l’ascoltavo e la coccolavo. “Nonna ho mal di pancia!”. E lei: “Salus Infirmorum” e tre Ave Maria alla Madonna e una passada de folla ‘e opus a brenti, specie di intruglio caldo fatto con borragine da massaggiarsi sulla pancia per calmare l’irascibile Madri Chirriola, bestia piena di tentacoli addormentata all’interno dell’utero che quando si svegliava erano dolori” (1)

Coru miu pressiu!

Mamma non aveva molta pazienza con lei perché l’aveva oppressa per tutta la vita, ma babbo l’accontentava in tutto. Mio padre aveva i buoi e sempre si alzava nel cuore della notte per dar loro da mangiare. Mia nonna, che dormiva poco, non appena la sentiva esclamava:”potu sa bucca comenti ottigu, coru miu pressiu” Giovanni potamiddu unu pressiu!. Giovanni paziente al buio palpava le pesche del giardino per trovarne una matura. Deus ti ddu paghit, dd’has agattai in su celu. Giovanni andava di nuovo a seguire i buoi, li preparava ancora prima dell’alba attaccandoli al carro e lei quasi aspettandolo al varco “Giovanni potamiddu un atru pressiu potu sa bucca comente ferenu”. A casa dei miei genitori in giardino vi erano molti alberi da frutto e lei ad ogni stagione invocava quello giusto e babbo tra pressiu, nespulas, prunas, axina e cerexia avrà trovato in cuddu mundu nonna Lillina ad attenderlo con un cesto di frutta fresca.

Su sulidu de s’omini

Babbo produceva, lo dico con orgoglio, il miglior moscato e la migliore malvasia di Sinnai, senza contare il vino rosso che spariva nel giro di 15 giorni una volta aperte le botti. Tanta bontà attirava in casa nostra un giro di estimatori de su zzicheddu che animavano la cantina con canti e chiacchiere e magari alzavano un po’ il gomito. Tra un trallallera e unu muttettu entrava in cantina nonna Lillina, piccola di statura andava vicina al malcapitato cantante e lo ammoniva a voce alta: “omini ciucatibus no intrat in regnu celorum!” (L’uomo ubriaco non entra nel regno dei cieli). Chissà se la frase esiste o se l’era inventata lei. Mater Castissima, seguito da Gesus Cristu perdonai is peccaus de custa domu! Era l’esclamazione sempre a voce alta e a braccia levate al cielo che seguiva ai bacetti che di nascosto davamo ai nostri fidanzati dietro l’albero del limone. Mamma si infuriava soprattutto al “perdonai is peccaus de custa domu!”, anche perché le voci potevano essere udite dai vicini. Lei per dispetto le diceva che facesse attenzione a noi che ormai eravamo leggias e azzegadas po curpa de su sulidu de s’omini! Toltasi il rosario dalla tasca si allontanava recitando ad alta voce un “Mater boni consili” assumendo un portamento altero e una faccia sdegnata con gli angoli della bocca rivolti all’ingiù”. Un’altra tipica espressione nella sequenza delle lamentele con richiesta al seguito, (sempre a voce altissima affinché il povero tediato Giovanni potesse sentire) era un “ Potu su stogumu comenti unu tubu de ferru, potamiddu, fai sa caridadi unu zziccheddu de acqua cun zuccuru e limoni. Quando era afflitta o dispiaciuta per qualcosa diceva di avere “su coru siddau” seguito da “consolatis aflitorum”.

Coixedda

Adoravo da bambina andare a passare qualche giorno da lei, era un altro mondo: coccolata, assistita ma anche rimproverata con lo spauracchio di coixedda ovvero sa tentazioni o s’aremigu. Quando ne avevo particolarmente paura mi faceva recitare la preghiera a S. Michele Arcangelo, naturalmente inginocchiata di fronte al quadro che lo raffigurava nello schiacciare s’aremigu. Coixedda, verde, con doppie corna, due da caprone ricurve ed alte due più sottili, con zampe di gallo e il ventre rigonfio dei peccatori che aveva mangiato, San Michele naturalmente bellissimo era raffigurato mentre schiacciava l’essere immondo. Quel quadro era diventato per me un autentico incubo, praticamente quando ero a letto lo vedevo di fronte a me dall’alto del lettone di ferro decorato a uccelli di madreperla. Per evitarlo mi costringevo ad una posizione così scomoda da avere perennemente il torcicollo. Altra cosa era S. Antonio Abate ,  anzi doveva essere quello di Padova, bello , roseo con Gesù Bambino in braccio con tanto di giglio bianco e aureola luminosa.

Le pillole di Brera

La mattina presto c’era tutto un rito del risveglio che doveva essere solo suo, ma era talmente rumoroso da coinvolgermi totalmente. Venivo puntualmente svegliata dall’odore inconfondibile dell’effetto delle sue pillole di Brera che prendeva prima di andare a letto, nere e misteriose tutte tonde ed uguali mi faceva pensare a certi semini che spesso trovavo in campagna dentro baccelli gialli.  Finita la “liberazione” nonna Lillina accompagnava l’alto pitale su monsignori fuori dalla porta e si accingeva a recitare le sue preghiere che duravano almeno due ore.

Prima passava una buona mezzora a lavarsi nella toiletta come lei la chiamava, quella con la brocca in ceramica e il bel lavamano, con gli asciugamani pendenti e l’immancabile sapone palmolive, poi trascinandosi per la stanza con una sedia inginocchiatoio iniziava: di fronte al crocifisso  tre o quattro segni di croce seguiti dalla preghiera che segue “est obrexiu e si bit sa luxi, siat ringraziada sa santissima vera Gruxi“…poi si vestiva ed anche qui: “sa camisa mi bistu, in nomini de Gesus Cristu…”. La sedia trascinata da un santo all’altro ogni tanto cadeva rumorosamente, ma io facevo finta di non sentire, altrimenti avrei dovuto pregare con lei. Nella sua stanza c’era pure S. Lucia con gli occhi nel piatto, un’impressione!

Non mancavano S. Agnese, S. Rita e S. Barbara con la palma e la torre. Un enorme Sacro cuore di Gesù (statua in gesso) e la Madonna. A questo punto si avvicinava al mio letto e spiava venendomi vicina vicina se ero sveglia: ” Luisella” sottovoce e un “Luisellina” più forte, mi facevano aprire gli occhi serrati forte forte per finta. “No ti ndi pesis chesti fendi frius”, mi metteva il rosario di madreperla in mano ed usciva dalla stanza coprendosi con un grande scialle in testa.

Tornava dopo un poco, portando unu palittoni de fari fari, la brace che ancora era rimasta nel focolare la sera prima, e presi i miei scarponcini, vi metteva dentro la brace per riscaldarli, agitandoli velocemente affinché le braci non li bruciassero. Che tenerezza! E pensare che mamma era sempre ed è ancora ancora convinta che nonna amasse solo i maschietti cioè i suoi fratellini, trattandola con indifferenza rispetto a loro. Altre braci venivano portate dentro sa cuppa (il braciere) dove lei riscaldava i miei vestitini che mi faceva tenere stretti sopra la pancia, affinché mi tenessero caldo prima di farmi uscire dal letto. Poi le preghiere, in ginocchio di fronte all’angelo custode, un pater ave gloria e l’immancabile de profundis (mattina e sera) – oggi l’ho quasi dimenticato, ma lo sapevo a memoria fino a pochi anni fa- tutta una seria di l’eterno riposo, con un elenco di morti che risalivano a tre generazioni prima. A questo punto mi diceva di lavarmi la faccia e la purezza. Si’! Quella! Solo nonna Lillina la poteva chiamare così. Acqua calda naturalmente, contenuta in una bottiglia che tutta la notte avevo dentro il letto per scaldarmi i piedi.

Imbussadì beni, mi diceva, intabarrandomi in un ampio scialle nero dal quale spuntavano solo gli occhi e mi portava in cucina senza tralasciare di passare in un’altra stanza comunicante dove si recitava la Via Crucis casalinga fermandosi a tutti i quadri dei santi di famiglia incluso le immagini di S. Cosimo e Damiano, di cui possedeva un vecchio altare della vecchia chiesina. In cucina ardeva il fuoco vivace e scoppiettante di legno di mandorlo o di ulivo e in un piatto le mie fette di pane abbrustolito ricoperte da uno spesso strato di panna di latte di pecora spolverato di zucchero e una tazza fumante di caffelatte. Se volevo c’erano nel periodo anche delle mele cotogne cotte nel loro sciroppo.

Sa coxina

La sua cucina, che meraviglia! Sento un grande rammarico quando penso che è crollata e non è mai stata ricostruita, privando la casa di nonna della parte più bella e ricca di atmosfera e di fascino. Enorme, col soffitto pieno di capriate di vecchio ginepro, un alta finestra che dava sulla strada ed un’altra piccolina che dava in su procciu de s’eca po biri a chini intrat e bessiat, un intera parete occupata dal camino e dai fornelli con annesso lavandino col tubo di scarico che dava direttamente sulla strada. Ricordo con stupore, nella cunetta tra i resti dei piatti lavati quella pasta che lei chiama “ave Marie” ed io non potevo capire perché le preghiere finissero prima nel minestrone di fagioli e cotenne e poi nella cunetta.

Quando le trovavo gliele riportavo nella manina tutte spiaccicate dicendole che sicuramente la Madonna si sarebbe offesa! Ancora oggi sogno di essere con lei nella sua cucina: io sto dentro il camino vicino al gatto, anzi era una gatta di quelle con il pelo tutto colorato, sa forredda era tanto grande che ci stavo comodamente dentro, mentre il fuoco era abbastanza distante al lato opposto. Lei faceva la calza con tanti ferretti raccontandomi le storie dei santi. Tutta era su misura per lei, perché era molto piccola di statura. Dove non poteva arrivare si serviva de su bangheddu, sia per prendere le pentole da s’appicaferramini  che per guardare dalla finestrina che dava sulla strada . S’appicaferramini era splendido e insieme a su parestagiu occupava tutta la parete, un grande tavolo, sa mesa de fai pani  vi era a ridosso. Pranzavamo lei ed io, non prima di aver recitato una lunga preghiera, su una tavola piccola piccola e con le sedie altrettanto minute. Annacquava il pochissimo vino che beveva per digerire con idrolitina e iniziavamo sempre con una minestrina buona buona di brodo con pisixeddus o con freguledda fatta in domu, poi il lesso e l’immancabile verdura cotta, sempre la frutta e dei drucixeddus stantissaus  gli anicini, che le mandava da Cagliari un parente monsignore.

Su meigama

Su meigama di nonna era per me una festa, finalmente libera di andare dappertutto a frugare nelle stanze dove non voleva mai che entrassi da sola. La stanza da pranzo dove mi stupivo a guardare i numerosi dipinti di nature morte: la lepre morta a testa in giù i pesci, la frutta. Ma la frutta che più mi attraeva era quella vera che lei nascondeva nei cassetti del tavolo da pranzo sa mesa a libru: mele cotogne e melagrane poi gli amaretti e i dolci nella zuppiera sopra la credenza e i rosoli di tutti i colori che le stessa preparava e che non assaggiavo mai per paura che si accorgesse. Poi salivo nella soffitta e mi rotolavo in mezzo al grano e alle fave, levandomi la pelle dal prurito. Lei mi faceva spugnature con acqua e aceto dicendomi che mi aveva punto su cruguloni, vermetto del grano.

Altra cosa affascinante erano il forziere antico pieno di quelle monete fuori corso che lei custodiva con cura anche se non avevano più valore. Ogni tanto andavo per vedere se dormiva ancora, per poter continuare nelle mie scorribande. Entravo nel cortile a cercare le uova e a guardare le nidiate di coniglietti e sa pudda frucenndi facendo attenzione a non farmi beccare ne dal gallo ne dall’oca maschio che mi beccava il culetto senza pietà scacciandomi dal suo regno. Odiavo l’oca maschio, la ricordo gigantesca e minacciosa. Un giorno mentre stavo accomodata in su comudu ovvero il wc di allora, che aveva lo sbocco direttamente nel cortile delle galline fui beccata senza pietà dall’odiato volatile che avendo il collo così lungo era riuscito a raggiungermi attraverso il breve passaggio di sbocco…! Unica consolazione al dolore il profumo stordente dei fiori di acacia che in una nuvola lilla ricoprivano interamente l’angusto locale de su comudu che tutto era tranne che comodo, se non altro per le minacce che mi attendevano dall’altra parte del cortile.

Sa lolla bona e sa lolla comuna

I pomeriggi estivi erano interminabili e altrettanto su meigama di nonna. Allora mi rimaneva il tempo per arrampicarmi su una scala di legno a pioli per rubare i grossi acini di uva passa che erano appesi in sa lolla. Sa lolla bona e sa lolla comuna  come lei chiamava i suoi due loggiati. Dal soffitto di canna pendevano in autunno dogna grazia de Deus: axina a tronis, tomatas, melas pirongias e arenadas. Lei amava le rondini, scacciava i gatti che minacciosi aspettavano che qualche rondinino cadesse giù e proteggeva i nidi appendendoci sotto i coperchi delle scatole di cartone così se i pulcini cadevano li rimettevo nel nido e poi otteneva lo scopo di proteggere il pavimento de sa lolla de is checheiddas.

S’arrebusteddu

Entravo anche in s’arrebusteddu una specie di sgabuzzino stretto e angusto dove lei rimetteva tutti i vasi da notte, il sapone e le medicine. Quello era il suo rifugio durante i bombardamenti dell’ultima guerra. Solo lì si sentiva sicura infatti, sembrava una tana e forse per questo mi piaceva: buio, stretto, basso con un odore di muffa e di terra esattamente come i rifugi dove mi avevano raccontato c’era proprio odore di tutto anche dei vasi da notte che qualcuno si portava dietro. L’unico posto che temevo era il pozzo dove lei immergeva le gazzose per tenerle in fresco dentro unu scatteddu. Avevo infatti paura di Maria Farranca la strega del pozzo, che se mi fossi affacciata mi avrebbe trascinata giù afferrandomi con le sue mani adunche dalle unghie ricurve come is francas i ganci che venivano utilizzati per ripescare le cose cadute nel pozzo e per appendervi bevande  o frutta da tenere in fresco.

Cara nonna Lillina sempre viva nei miei ricordi, indelebili nella mia memoria rimarranno soprattutto quei suoi incredibili occhi azzurri. Di una cosa però la devo rimproverare: non rideva mai, perché diceva: “risum abundat in ora stultorum!”. L’altra mia nonna Marietta Cocco, si che rideva e tanto fino alle lacrime, non mi fezzas arriri filla mia, ca seu beccia e mi pisciu! Lei è l’altra nonna meravigliosa e speciale che ho avuto la fortuna di avere.

Nota * (1)

Vale la pena raccontarvi la medicina di sa madri chirriola perché è bello trasmettere ad altre persone queste bellissime tradizioni che altrimenti andrebbero perse.

Nonna Lillina faceva cuocere nell’olio d’oliva a fuoco lentissimo delle belle foglie di borragine e una volta cotte le rimestava con un cucchiaio di legno finché il tutto si riduceva a poltiglia, una specie di crema verde che lei chiamava su checchei de sa bruxia per non farmela mangiare dal momento che a me sembrava verdura cotta.

Ora quest’ intruglio lo teneva in una vecchia padella coperta, affinché non ci cadessero dentro is arrebius (babioceddas ecc) asutta de is forreddus, e fosse sempre pronta a essere riscaldata e utilizzata. Quando si sentiva male alla pancia (piccole coliche, dolori mestruali, indigestione) si stendeva nel letto e si faceva ungere da mia madre tutto l’addome con sa folla ‘e opus non solo la povera bambina (mia madre) doveva ungere, ma doveva anche recitare is brebus de sa madri chirriola che come ho già spiegato era una bestia piena di tentacoli che dormiva all’interno dell’utero e che quando si svegliava estendendo tutti i suoi tentacoli provocava forti dolori. Il massaggio andava fatto tenendo con dei vari tentacoli, (brancas e corrias) che andavano rimessi a posto portandoli tutti verso l’ombelico dove poi si radunava tutta la poltiglia. L’impacco di borragine caldo veniva coperto con un panno di lana e lasciato sull’addome fino a che non passava il dolore.

Brebus po’ sa Madri Chirriola

Madri mia chirriola

ca ses bella comenti  e’ una senora

ca ses bella comenti  e’ una santa

ca portas centu e’ una branca

caportas centu e’ una corria

torra a postu madri mia..

Madri” (madri=utero) da non confondere con la madri che in lingua sarda significa anche scrofa. Era intesa come una “bestia”, un animale che non poteva che essere femmina visto che procurava dolori di natura femminile. Per gli uomini infatti la medicina non funzionava, perché loro erano colpiti da su mali de su longu per il quale disturbo esisteva altro tipo di cura.

Curiose vero?

Sarò contenta di raccontarvelo a voce.

Immagine

Angela Ligas (Nonna Lillina)

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