Classe 1926: essere donna in un piccolo mondo antico.

Eccomi a condividere con voi uno spaccato di vita vissuto in quel piccolo mondo antico che era la Sinnai di oltre ottant’anni fa: un breve viaggio attraverso si ricordi di mia madre Speranza Scionis, raccontati tutti d’un fiato domenica scorsa in un momento di tranquillità.

 La vita delle giovani donne della mia generazione era abbastanza semplice e ritirata, le uscite erano davvero poche: la domenica in chiesa ed i pomeriggi a cucire il corredo nuziale dalla signora Assunta Serra. Le poche uscite erano certamente condizionate dalle severe regole non scritte del bon ton degli anni 30. Il maestrale o qualsiasi altra brezza proveniente da qualsiasi punto della rosa dei venti poteva sollevare, a noi ignare ragazze, la gonna e, ahimè, anche avere la sola caviglia esposta alla pubblica curiosità, era considerato veramente sconveniente, anzi diciamo pure un vero scandalo!!

La nostra vita era scandita dall’alba al tramonto dalle faccende che improntavano la nostra esistenza alla vita matrimoniale con particolare insistenza sul rispetto del consorte, sull’educazione dei figli, demandato completamente alla madre, e sulla gestione dei proventi del lavoro del marito.

Sia in estate che in inverno la sveglia seguiva il ritmo dell’alba: prestissimo in estate e un po’ più tardi in inverno.

Mio padre Giuseppe, nonostante le proteste di mia madre Eugenia, non ci dava tregua: sveglia all’alba anche nella giornata normalmente dedicata al risposo, ossia la domenica.

Durante la settimana le mie giornate e quelle delle mie sorelle, erano destinate a ripetersi ciclicamente come le fasi lunari.

La prima operazione del lunedì era portare giù il grano dalla soffitta, “du prugai” e preparare il nostro asinello “Crabiolu” per la macina. Le ore successive trascorrevano tra le pulizie della casa ed il bucato che richiedeva molto tempo perché non veniva lavato come oggi dalla lavatrice, ma in vasche di pietra. La biancheria veniva trattata con il sapone e i capi, non essendo di uso comune la candeggina, venivano sbiancati con la cenere in quel trattamento chiamato “lisciva”.

La prima parte della giornata del martedì era dedicata alla preparazione della farina per la panificazione: si setacciava il macinato per tre volte, si “spallinara” e si “sterezzara” sino a separare la farina bianca da quella integrale, infine si passava in su “ciuliru” per separare ancora la semola. Nelle ore successive a questa operazione e nei giorni seguenti le giornate erano scandite sempre dalle medesime operazioni: pulizia della casa, bucato e preparazione del corredo.

Ogni venerdì si preparava il lievito madre che doveva essere utilizzato nel giorno più duro della settimana: quello dedicato alla panificazione, il sabato.  Sveglia all’una del mattino. La preparazione del pane generalmente veniva terminata attorno alle sette del mattino; poi si aspettava la lievitazione ed infine la cottura. Nonostante la levataccia all’una del mattino, sia nell’attesa che successivamente alla cottura del pane, non potevamo andare a letto per riposare, ma si doveva proseguire la giornata con il solito via vai delle faccende domestiche.

Il modo di concepire la vita era davvero diverso. Tre sole feste “comandate” all’anno: Carnevale, Pasqua e Natale. In quei giorni si respirava aria di festa: la tavola veniva imbandita con una gallina lessa cucinata “alla griva”, maialetto, agnello, “grive”, ravioli di carne e tanti dolci. Durante il resto dell’anno avevamo comunque tutto, carne compresa. Alla mia famiglia non è mancato mai nulla. Non posso neppure affermare di aver conosciuto quanto patito da molti ragazzi della mia età: la fame della guerra.

Con la scuola ho avuto sempre un buon rapporto: mi piaceva studiare. Ricordo che la mia maestra, la signora Canu Aresu Maria, scrisse una lettera a mio padre con la quale lo esortava a farmi proseguire gli studi, presso le scuole medie di Cagliari, dato che a Sinnai era presente l’avviamento, ma non era la stessa cosa. Purtroppo le esigenze, e non meno il comune modo di pensare di quei tempi, hanno fatto propendere mio padre all’irrevocabile decisione che, come quasi tutte le ragazze di quei tempi, dovevo interrompere gli studi per dedicarmi alla fatiche della vita casalinga.

Una sola mia compagna di scuola ce l’ha fatta e si è laureata mentre tutte le altre hanno condiviso il mio stesso destino.

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